Il caso Birrittarussa: un mistero da svelare

 

 Presentazione

Con Il Caso Birrittarussa, Giovanni Mantineo offre ai lettori un romanzo che si colloca nel solco della migliore narrativa di ambientazione siciliana, fondendo il fascino dell'indagine poliziesca con la forza evocativa della memoria popolare e del racconto territoriale.

L'opera si sviluppa tra le montagne dei Nebrodi e le pendici dell'Etna, in una Sicilia lontana dagli stereotipi, autentica e complessa, dove il paesaggio non costituisce un semplice sfondo narrativo ma diventa parte integrante della vicenda. Boschi, pascoli, villaggi arroccati e antiche tradizioni partecipano attivamente alla costruzione di un'atmosfera intensa, sospesa tra realtà e leggenda.

Al centro della storia si staglia la figura enigmatica di Birrittarussa, personaggio che incarna il volto oscuro del potere e della sopraffazione. Attorno alla sua misteriosa scomparsa si sviluppa un'indagine che conduce il lettore attraverso una trama ricca di colpi di scena, segreti sepolti e verità nascoste. L'autore costruisce con abilità un intreccio nel quale il passato continua a proiettare la propria ombra sul presente, dimostrando come le vicende umane non si esauriscano mai del tutto ma continuino a vivere nella memoria dei luoghi e delle persone.

Particolarmente riuscita è la caratterizzazione dei personaggi. Il commissario Renard, figura ormai familiare ai lettori delle opere di Mantineo, affronta il mistero con tenacia e sensibilità, affiancato da collaboratori che contribuiscono a rendere l'indagine viva e credibile. Accanto a loro si muove un'umanità variegata fatta di pastori, contadini, imprenditori, uomini di potere e persone comuni, tutti descritti con attenzione e partecipazione.

La scrittura dell'autore conserva il sapore della narrazione orale siciliana, arricchita da dialoghi vivaci e da un uso misurato del dialetto che conferisce autenticità senza appesantire la lettura. Ne deriva una prosa scorrevole, capace di alternare momenti di forte tensione narrativa a pagine di intensa suggestione paesaggistica.

Ma Il Caso Birrittarussa non è soltanto un romanzo giallo. È anche una riflessione sul potere, sulla paura, sulla giustizia e sul difficile rapporto tra verità e silenzio. Attraverso la vicenda investigativa emergono temi universali che riguardano la natura umana, l'ambizione, la memoria e il prezzo delle scelte compiute.

Con questa opera Giovanni Mantineo conferma ancora una volta la propria capacità di trasformare la storia, le tradizioni e i paesaggi della Sicilia in materia narrativa coinvolgente, offrendo al lettore un racconto avvincente e profondamente radicato nella cultura della sua terra.

Un romanzo che si legge con il piacere dell'indagine e si conclude con la consapevolezza di aver compiuto un viaggio nell'anima più autentica dei Nebrodi.

 

Prologo “ La colata del silenzio

 

Il rumore del vento arrivava come un lamento tra le rocce nere.    L’Etna, lontano, sputava una colonna di fumo denso che si allungava nel cielo d’inverno come una cicatrice.    Sotto quella montagna viva, in una cava abbandonata, tre uomini lavoravano in silenzio. Nessuno parlava, nessuno guardava l’altro. Solo il rumore della pala e il respiro affannato riempivano l’aria gelida della notte.    In mezzo a loro, un corpo senza volto avvolto in un telo di juta.    Un quarto uomo, distinto ma con lo sguardo freddo, fumava seduto sul cofano d’un fuoristrada. Ogni tanto, gettava uno sguardo all’orologio e poi verso la bocca del cratere, come se aspettasse un segno.

“E’ tempo“, disse infine, e bastò quella voce per far fermare tutti.   La betoniera iniziò a girare piano, con un rumore metallico che coprì per un istante ogni pensiero. 

Il cemento scivolava lento, grigio e denso, coprendo tutto. Un’onda silenziosa che cancellava il passato. Uno degli uomini fece il segno della croce. Un altro sputò a terra.  Nessuno osò dire il nome di chi stava finendo lì sotto. L’uomo elegante si alzò, spense la sigaretta con cura e sussurrò, quasi a sé stesso: “Ora sì, tutto tace “, ma non era vero. Là sotto, nel cuore della colata, qualcosa rimaneva vivo e quel silenzio, così perfetto, avrebbe parlato molti anni dopo, quando un commissario venuto da lontano avrebbe cercato di capire dove fosse finito Birrittarussa, detto u mafiusu.

 

1” Il Re del Terrore

 

Il vento scendeva dall’Etna come un respiro antico, portando con sé odore di resina e di cenere. I pascoli dei Nebrodi, all’alba, erano un mosaico di nebbia e silenzi. Ma da qualche tempo, in quelle valli, il silenzio era diventato paura.

Lo chiamavano Birrittarussa, perché portava sempre un berretto rosso calcato sugli occhi e la barba rossa che sembrava incendiargli il volto. Non era solo un ladro di bestiame: era un predatore di uomini. Rubava, estorceva, decideva chi poteva respirare e chi no. Una volta, aveva fatto sparire tre mucche di un pastore che non aveva pagato la tangente. L’uomo lo aveva supplicato, tremando nel cortile polveroso della sua masseria: “Ti giuru, Birritta, non avia mancu i sordi pi cumprari u pani “.  Birrittarussa lo fissò con quegli occhi chiari, impietosi.   Poi   sputò   per   terra.  

“Nenti  è tò. Tutto è mio“. E il giorno dopo, il poveretto trovò la stalla vuota e le catene delle vacche ancora oscillanti come un fantasma.    Ma gli “avvertimenti” non finivano lì. Per intimidire i tre pecorai più rispettati della zona, aveva sgozzato tre pecore per ciascun gregge, lasciandole in fila davanti agli ovili. Un segnale di possesso, di sfida, di disprezzo. Nessuno osava parlare.  

Il colpo più eclatante, però, fu il sequestro del figlio di un imprenditore edile di Catania.  Una notte di pioggia, il ragazzo sparì sulla strada che portava al mare. Il riscatto fu pagato in contanti, dentro sacchi di juta. Il giovane tornò a casa, pallido e tremante, ma vivo. Da allora, tutti sapevano che Birrittarussa non aveva limiti.

 

La notte del magazzino

Quella stessa estate, un contadino di nome Alfiu provò a ribellarsi.   Aveva sorpreso due uomini di Birrittarussa a caricare sacchi di nocciole sul carretto. Corse loro incontro col bastone in mano.        “Lasciati st’oru di ligna!“ urlò col fiato grosso!  “Chisti sunnu frutti miu, sudati cu sti mani!“ I due risero, ma non fecero in tempo a rispondere. Alle spalle di Alfiu si udì un fischio secco. Birrittarussa comparve dall’ombra, con il fucile appoggiato alla spalla. “Amunì, Alfiu ti parissi ca hai curaggiu“ disse con un mezzo sorriso che non aveva niente di umano. “Ma u curaggiu costa“. Alfiu tremava, ma non abbassò il bastone. “ Stu paese è nostru, nun  tò ! “Birrittarussa si avvicinò, con passo lento. Con la mano libera prese una nocciola dal sacco e la spezzò fra i denti. “È bona, assai bona “ disse a bassa voce. Poi lo colpì con una manata sulla faccia che lo fece cadere a terra. Non lo uccise: non aveva bisogno. Bastava che Alfiu, gonfio di lividi, raccontasse al paese chi comandava.          

La mattina seguente, la notizia correva di bocca in bocca. E con la notizia correva anche la paura. Eppure, nonostante i soprusi, nonostante i silenzi imposti, Birrittarussa non rispondeva a nessun clan, a nessun “capo dei capi”. Diceva di non aver padroni, e questo lo rendeva ancor più pericoloso. Nei paesi, gli anziani mormoravano sottovoce nelle piazze: “Stu cristianu si cridi re“.        E in un certo senso lo era. Ma la sua arroganza, come tutte le tirannie, cominciava a seminare nemici. Nemici silenziosi, che attendevano il momento giusto per colpire.

I Tre Pecorai: Bastianu – Calogiru e Girolamu

 

Il sole saliva lento dietro le creste dei Nebrodi, accendendo di fuoco le pietre laviche. Negli ovili, i campanacci suonavano un lamento sordo. Ma quella mattina, davanti alle stalle di tre uomini rispettati, non suonavano più le pecore: c’era solo il silenzio della morte. Tre animali giacevano riversi davanti al cancello di Ziu Bastianu, altri tre davanti a quello di Ziu Calogiru, e tre ancora davanti all’ovile di Ziu Girolamu. Tutti sgozzati con la stessa lama, tutti lasciati come un messaggio inciso col sangue.

 

Ziu Bastianu – u Saggiu

 

Ziu Bastianu era il più anziano. Portava il bastone di legno d’ulivo più come simbolo che come sostegno. Aveva occhi piccoli e furbi, che scrutavano oltre le parole. Si chinò davanti alle sue tre pecore morte e sospirò: “Cu tuttu stu sangu, unni si voli arrivari?“ Era abituato alla durezza della vita, ma non alla crudeltà gratuita. Dentro di lui, però, stava nascendo un pensiero: la pazienza è finita.

 

Ziu Calogiru – u Nirvusu

 

Ziu Calogiru, al contrario, era un uomo di scatti e rabbie. Alto e nervoso, aveva sempre le mani che tremavano, come se non riuscisse a tenerle ferme. Quando vide le sue pecore stese a terra, imprecò “Bestia ‘i sangu! ‘Un l’hai caputu cu cu si misu!“ Strappò un ramo secco e lo gettò via con violenza “Chistu si cridi patruni? A mia nun mi fa paura!” urlava, ma i suoi occhi dicevano altro: paura ne aveva, eccome, ma la rabbia la copriva come un velo.

 

Ziu Girolamu – u Vitirinaiu

 

Ziu Girolamu era il più elegante dei tre. Aveva fatto fortuna vendendo vitelli e comprando terreni. Lo chiamavano “u Vitirinaiu” perché curava le sue bestie, contrattava, cercava di guadagnarci in ogni occasione.   Davanti alle sue pecore morte, non pianse né urlò. Si accese un sigaro, aspirò lentamente e disse:      “Cu fa sti cosi voli fari u re. Ma ogni re avi u so tronu e ogni tronu prima o poi casca“

 

L’incontro

 

Quella sera, i tre si trovarono a casa di Ziu Bastianu.   Sedettero attorno a un tavolo di legno annerito dal fumo del camino.   Una bottiglia di vino rosso girava fra le mani, ma nessuno beveva davvero “Ora basta“ disse Ziu Calogiru, picchiando il pugno sul tavolo. “Stu Birrittarussa pensa di putiri cumannari supra a nui“. Ziu Girolamu soffiò una nuvola di fumo. “A forza di sputari in aria, u sputu ci cascarrà in testa“. Ziu Bastianu li osservò entrambi, silenzioso. Poi parlò piano, come chi sa che le parole sono pietre: “Sulu unu è lu rimediu. A bestia si caccia sulu cu ferru“. Un silenzio pesante calò nella stanza. Non c’era più spazio per dubbi. La decisione era presa: Birrittarussa doveva morire.

 

 

Il Patto nella casa del Saggiu

 

La cucina di Ziu Bastianu odorava di legna bruciata e formaggio stagionato. Le pareti annerite dal fumo raccontavano anni di inverni passati attorno al camino. Quella sera, però, non c’era spazio per i ricordi. I tre pecorai erano seduti in silenzio, con lo sguardo fisso sulle fiamme. Ziu Bastianu ruppe il silenzio.               “Birrittarussa ha passatu ogni cunfini. O ci facemu fronte ora, o ni scannarà unu a unu“. Ziu Calogiru, che non riusciva a stare fermo, si alzò di scatto.“ A mia mi parunu chiacchiri. Chistu si leva sulu cu’ u piombu. Basta truvarillu e sparari“. Ziu Girolamu sorrise amaro, tirando una boccata dal sigaro. “E cu l’ha da fari? Tu? Quannu ci vai davanti ti tremunu i manu“. Calogiru fece per saltargli addosso, ma Bastianu alzò il bastone e li bloccò. “Finitila, ca semu ommini, non carusi“. Poi abbassò la voce: “Io avi amici, amici ca stannu supra. Genti ca si movi in silenziu e senza lasciari traccia “Gli altri due lo guardarono perplessi. “A cu parri?“ chiese Calogiru, diffidente. Bastianu si avvicinò, abbassando ancora di più il tono. “A don Giuliu“. Il nome calò pesante nella stanza. Don Giuliu, fondatore e capo del GAR (Gruppo Armato Riunito), era una leggenda oscura: non appariva mai in pubblico, ma il suo potere si sentiva in ogni valle. Si diceva che avesse uomini pronti a uccidere per lui senza fare domande. “E chissu comu si paga? “ domandò Girolamu, sempre attento agli affari.   Ziu Bastianu annuì. “ Cu’ i soldi, Girolamu. Cu’ i soldi di tutti e tri. Ogni annu, un tributu. Picca par iddu, assai pi la nostra saluti   “Calogiru sbuffò “Mi pari di mettiri la testa sottu a na’ nova mannaia.  “No” ribatté Bastianu “È diversu. Don Giuliu nun veni a pigliarici l’anima. Veni a fari un serviziu. Si paghi, ti difenni. Si nun paghi, ti lassa. “Girolamu si grattò la barba. “E intantu spartemu u territoriu “

Fu allora che nacque il patto

 

Il territorio sarebbe stato diviso in tre parti uguali. Ognuno dei pecorai avrebbe governato la propria zona, riscuotendo tangenti “proporzionate” alle possibilità. Una percentuale sarebbe andata a Ziu Bastianu, che avrebbe mantenuto i contatti con don Giuliu e pagato la protezione del GAR.  

Calogiru batté il pugno sul tavolo “Allura è decisu. Birrittarussa ha da muriri “. Il silenzio calò di nuovo. Solo il fuoco scoppiettava nel camino. In quella stanza di pietra, con tre bicchieri colmi ma non toccati, era nata una nuova mafia.

   

Don Giuliu e il GAR

L’appuntamento non aveva luogo in paese né tra le montagne. Ziu Bastianu, accompagnato da un uomo fidato, scese fino a una vecchia cava abbandonata vicino al mare. Era notte fonda: l’acqua nera lambiva i sassi e la luna sembrava un coltello. Un’auto scura li aspettava, con i vetri abbassati. Dentro c’era don Giuliu. Nessuno sapeva con certezza quanti anni avesse. Il suo volto era scavato, la pelle olivastra segnata da cicatrici sottili, e i suoi occhi scuri brillavano come lame. Parlava piano, senza alzare mai la voce, eppure ogni sillaba pesava come piombo “U’ sappi, Bastianu “ disse, accendendosi una sigaretta “Birrittarussa non è amicu miu. È un cane sciolto, e i cani sciolti  mordunu  a tutti. Ma nun mi muvu pi  nenti  “  Ziu Bastianu chinò il capo in segno di rispetto.

“Don Giuliu, vi chiedemu l’interventu. Un serviziu ca nun si scorda. In cambio, vi sarà garantita na somma ogni annu, puntuali comu l’acqua di surgenti  “   Il capo del GAR soffiò il fumo e sorrise appena “Mi piaci, Bastianu. I paroli sunu chiari. Ma ricordati: finché paghi, ci sugnu. Quannu i soldi nun arrivunu, ci scurdamu di amici “.   Fece un cenno con la mano. Dal buio spuntò un uomo alto, con le spalle larghe e i capelli neri arruffati. Aveva lo sguardo rapido e le mani sottili, nervose: lo chiamavano Napuliuni “manu lesta”. Era il comandante del GAR, l’uomo delle esecuzioni, quello che trasformava le decisioni in fatti.  “  Chistu è Napuliuni “disse don Giuliu “U vostru problema diventa u so compitu “Napuliuni si avvicinò, gli occhi fissi su Bastianu.  “Dimmi sulu unni e quannu. A bestia l’accidemu comu un  porcu “ Ziu Bastianu non abbassò lo sguardo. “ Nun vogghiu sapiri nenti. U vostru modu è giustu. A mia basta sapiri ca finiu “ Don Giuliu rise piano. “Allura è fattu. Birrittarussa sparisci. Comu fumu, comu vuci. E di iddu nun si parlerà cchiù “

 

 

La Scomparsa di Birrittarussa

 

Pochi giorni dopo, la voce corse veloce: Birrittarussa era svanito nel nulla. Qualcuno giurava di averlo visto l’ultima volta dirigersi verso un vecchio cantiere abbandonato. Altri sussurravano che il corpo fosse stato sepolto sotto una colata di cemento, vendetta muta dell’imprenditore che aveva pagato il riscatto per suo figlio. Nessuno però vide mai una tomba, né un cadavere. Solo un vuoto improvviso, come se il vento stesso lo avesse portato via.      Per la prima volta dopo anni, nei paesi del Parco si respirava. Ma era un respiro corto, carico di sospetti. Perché tutti sapevano che quando un re cade, altri si preparano a salire sul trono.

 

La Nuova Legge

 

Dopo la scomparsa di Birrittarussa, l’aria nei paesi sembrò più leggera. Le donne ricominciarono a uscire al mercato senza guardarsi continuamente alle spalle, i pastori tornavano a pascolare le greggi senza temere che sparissero nella notte. Ma bastarono pochi mesi perché la verità emergesse: un potere era caduto, ma un altro stava nascendo.

 

La spartizione

 

Fu Ziu Bastianu a organizzare l’incontro decisivo. Attorno allo stesso tavolo annerito di fumo, i tre pecorai tracciarono le nuove regole. Con una mappa stropicciata del territorio, segnarono confini invisibili: a Ziu Bastianu, la zona delle colline e dei castagneti; a Ziu Calogiru, i pascoli più alti, dove le nevi duravano a lungo; a Ziu Girolamu, i terreni vicini ai villaggi e le vie commerciali, da cui passavano mercanti e viandanti. Nessuno doveva sconfinare. Nessuno doveva toccare ciò che apparteneva all’altro.

Le regole

   La “nuova legge” era semplice:

  1. Ognuno è responsabile del proprio territorio.
  2. Le tangenti si raccolgono in proporzione alle possibilità dei residenti.
  3. Un piccolo contadino pagava poco, un ricco commerciante pagava molto.

Una percentuale finiva nelle mani di Ziu Bastianu, che garantiva i contatti con don Giuliu e la protezione del GAR. Non era giustizia, non era libertà: era un nuovo modo di vivere sotto padrone. Ma almeno le regole erano chiare e, per dieci anni, rispettate.

 

La vita sotto la pax mafiosa

 

La gente imparò ad adeguarsi.Un contadino che non aveva soldi lasciava un sacco di grano davanti all’uscio di Ziu Calogiru, e nessuno gli toccava più il raccolto. Un venditore di formaggi che trafficava lungo le strade dei villaggi consegnava ogni mese una parte dei suoi guadagni a Ziu Girolamu, e poteva viaggiare tranquillo. Ziu Bastianu, con i soldi raccolti, pagava puntualmente don Giuliu. E il GAR, silenzioso come un’ombra, teneva lontani ladri e nemici.

 

Dieci anni di quiete apparente

 

Per dieci anni, l’ordine si mantenne. Non c’erano più minacce aperte, né pecore sgozzate. Le case tornarono a essere illuminate di sera. Ma dietro l’apparente quiete, covavano diffidenze: Ziu Calogiru detestava sentirsi legato a regole che non aveva scritto lui;   Ziu Girolamu, con la sua ambizione, cercava sempre il modo di guadagnare di più.   Solo Ziu Bastianu, con la sua calma da vecchio saggio, riusciva a mantenere la bilancia in equilibrio.Finché restava vivo, la pace era garantita.

 

 

Sotto la nuova ombra

 

La vita, sotto la nuova legge, aveva assunto un ritmo regolare, quasi prevedibile. Nessuno spariva più nel cuore della notte, nessuno trovava le proprie bestie sgozzate per vendetta. Ma ogni famiglia sapeva che, alla fine del mese, bisognava consegnare “il dovuto”.

 

 

Il contadino di nocciole

 

Nino, un piccolo contadino di mezza età, si svegliava ogni giorno all’alba per curare i suoi alberi di nocciole. Quando arrivava settembre, caricava sul mulo due sacchi del raccolto e li portava fino al villaggio. Lì, davanti alla bottega del fornaio, trovava ad aspettarlo un uomo di Ziu Girolamu. “U’ sacchiteddu, Nino”diceva l’uomo, con tono quasi cordiale. Nino abbassava lo sguardo, consegnava un sacco intero, e se ne tornava a casa con l’altro. Nessuno osava ribellarsi.

 

 

Il giovane pastore

 

C’era però chi non accettava quella logica.Michele, un giovane pastore che da poco aveva preso in mano il gregge di suo padre, rifiutava l’idea che metà del suo sudore dovesse finire nelle tasche di uomini che non facevano nulla. Una sera, davanti al fuoco, sfogò la sua rabbia con gli amici: “Ma cu’ su’ chisti per decidere supra a vita nostra? Io lavoro, io fatico… e Ziu Calogiru mi deve levare i soldi “. Gli altri lo guardarono con paura. Uno di loro abbassò la voce: “Miche’, stai mutu. Ti senti forte, ma a chi tocca ribellarsi finisci sottoterra “Michele tacque, ma dentro di sé giurò che non avrebbe chinato la testa.

 

Le donne del mercato

 

Anche al mercato, la nuova legge si faceva sentire. Le donne, quando vendevano il formaggio o le erbe raccolte sulle montagne, sapevano che una parte dei guadagni sarebbe stata “prelevata” dai ragazzi di Ziu Calogiru. Alcune lo accettavano con rassegnazione “Megghiu accussì “dicevano, “almeno vivemu tranquilli —Altre, invece, borbottavano sottovoce “Tranquilli? Questa è schiavitù “Ma erano parole soffocate dal rumore dei carri e dal vociare della folla.

 

La figura di Ziu Bastianu

 

In tutto questo, Ziu Bastianu era considerato quasi un arbitro imparziale. Non amava la violenza gratuita, non alzava mai la voce. La gente lo rispettava e, in qualche modo, si sentiva protetta da lui. Era il garante dell’equilibrio: l’unico che poteva fermare Ziu Calogiru nei suoi scatti d’ira o Ziu Girolamu nelle sue ambizioni sfrenate. Ma tutti sapevano che nessun uomo è eterno. E che, quando il “Saggiu” avrebbe lasciato questo mondo, il fragile equilibrio sarebbe crollato come un castello di carte.

 

La morte di Ziu Bastianu

 

Era una mattina d’inverno, fredda e silenziosa. Il sole faceva appena capolino tra le nuvole che si addensavano sopra le cime innevate. Nel suo casolare, Ziu Bastianu stava seduto davanti al camino, una coperta sulle ginocchia e il respiro corto. Da qualche settimana si lamentava di un dolore al petto, ma nessuno aveva osato suggerirgli un medico. Lui, con il suo orgoglio da uomo di montagna, rispondeva sempre: “U cori si cura cu’ la paci “  Quella mattina, però, il cuore lo tradì. Un infarto lo stroncò mentre sorseggiava il suo bicchiere di latte caldo. Lo trovarono i nipoti, che corsero al villaggio urlando la notizia.

Il conflitto per il territorio

 

La morte di Ziu Bastianu fu come un tuono in una valle silenziosa. Per dieci anni era stato il punto fermo, la colonna che sosteneva l’accordo tra i tre. Con lui scompariva la saggezza, l’equilibrio, la calma che aveva tenuto a bada gli istinti degli altri due. Ai funerali, la gente del paese pianse davvero. Non piangevano solo l’uomo, ma la sicurezza che garantiva.

Con il feretro che scendeva nella terra gelata, tutti capirono che qualcosa di terribile si sarebbe presto scatenato.

 

L’avidità di Ziu Calogiru e Ziu Girolamu

 

 Pochi giorni dopo, mentre il lutto non si era ancora consumato, Ziu Calogiru e Ziu Girolamu si incontrarono per discutere del futuro del territorio lasciato vacante. La riunione si trasformò in lite furiosa. “La zona di Bastianu tocca a mia! “ urlò Calogiru, battendo il pugno sul tavolo. “Sugnu iddu cchiù forti, e possu tenerla. “Forti? “ribatté Girolamu, con un ghigno velenoso. “Tu sì sulu nervusu. Senza cervellu. Stu’ territorio serve a unu ca sapi trattare, non a unu ca fa danni “ Le parole volarono come coltelli. Nessuno era disposto a cedere. Il patto dei tre si era spezzato, e con esso l’equilibrio che teneva tranquilla la valle.

 

 

 

Il primo sangue

 

 Fu questione di settimane. Una notte, in una stalla abbandonata, un colpo di lupara squarciò il silenzio. Un uomo vicino a Ziu Calogiru cadde a terra, senza vita. La vendetta arrivò rapida: il giorno dopo, un gregge di Ziu Girolamu venne disperso, e tre dei suoi pastori furono aggrediti brutalmente lungo il sentiero.                Il conflitto era cominciato. E questa volta non c’era nessuno a fermarlo.

 

L’arrivo del

commissario  Renard

 

Il commissario Renard osservava dal finestrino dell’auto il paesaggio che scorreva. Era la prima volta che metteva piede in quelle terre di confine tra l’Etna e i Nebrodi: montagne severe, boschi fitti, paesi arroccati come nidi d’aquila. Sapeva che sotto quell’apparente quiete ribolliva una guerra antica, fatta di alleanze spezzate e di sangue. Accanto a lui, sul sedile del passeggero, c’era Tano, il giovane autista. Guidava sicuro lungo le curve strette, con un sorriso sfrontato che spesso irritava i superiori, ma che a Renard divertiva. “Commissario, “disse, accennando col mento ai monti innevati “qui la gente dice che la neve copre i peccati. Ma appena si scioglie, viene fuori tutto. “ Renard socchiuse gli occhi. “Allora prepariamoci a scavare nella neve”.

 

 

La squadra

 

Ad attenderli in commissariato c’era già il resto della squadra.

Luna, la poliziotta visionaria, occhi chiari e un’intuizione che spesso sfiorava la veggenza. Nessuno sapeva come facesse, ma quasi sempre aveva ragione. Tra lei e Renard c’era un’intesa silenziosa, un filo invisibile che lei cercava di nascondere dietro il suo rigore professionale.

Pippo, il carabiniere esperto di informatica. Taciturno, sempre chinato sul suo portatile, era capace di scovare in poche ore collegamenti che altri non avrebbero trovato in mesi.

Tano, il giovane autista, leale e bravo nel suo ruolo operativo nel supporto logistico.

Monterosso, il questore, li accolse con la sua imponenza. Uomo burbero, voce roca, portava sulle spalle il peso di anni di lotta contro il crimine organizzato.

“Renard, “disse Monterosso, battendo una mano sulla scrivania, “questa terra è una polveriera. Da quando è morto Ziu Bastianu, i due pecorai superstiti hanno iniziato a scannarsi. I primi cadaveri sono già arrivati all’obitorio. Se non fermiamo subito la spirale, si scatenerà l’inferno. “  Renard annuì.

“Ci serve una mappa precisa: chi controlla cosa, chi ha mosso il primo colpo. E soprattutto… voglio capire che fine ha fatto Birrittarussa”.  Luna alzò lo sguardo, come se stesse seguendo un pensiero invisibile. “Commissario… io sento che la chiave è proprio lì. Tutto comincia e tutto finisce con Birrittarussa”.

 

 

 

Il primo sopralluogo

 

La squadra si mosse subito. Renard, Luna e Tano salirono fino a un villaggio di pietra, dove il corpo di un uomo fedele a Ziu Calogiru era stato trovato crivellato di pallettoni vicino a una stalla. L’odore di fieno marcio si mescolava a quello acre del sangue. “Un’esecuzione, “mormorò Renard, inginocchiandosi accanto al cadavere. “Qui c’è la firma di Ziu Girolamu “. Luna chiuse gli occhi per un attimo, come in trance. “Commissario… non è solo una vendetta. È un messaggio. Hanno colpito qui perché questo è territorio conteso “. Renard la guardò di sottecchi. Sapeva che le intuizioni di Luna non erano mai da ignorare.

 

 

Un filo che torna al passato

 

La sera stessa, Pippo raggiunse Renard con una scoperta. “Commissario, ho controllato i vecchi fascicoli sul sequestro del figlio dell’imprenditore… quello organizzato da Birrittarussa. Ci sono incongruenze enormi. Alcuni tabulati telefonici sparirono misteriosamente dall’archivio “. Renard socchiuse lo sguardo. “Allora Birrittarussa non è solo un fantasma del passato. È l’inizio di tutto. Se capiamo che fine ha fatto lui, capiremo anche questa guerra “.

 

 

Le prime crepe

 

Il vento gelido dei Nebrodi tagliava la pelle mentre Renard e Luna percorrevano le viuzze acciottolate del villaggio. La gente li osservava da dietro le finestre socchiuse: occhi curiosi e diffidenti, abituati a non fidarsi di nessuno, tantomeno delle divise.

 

 

Gli interrogatori

 

La prima tappa fu la bottega del fornaio, dove tutti sapevano arrivavano le notizie prima che altrove.   Renard ordinò un caffè, mentre Luna osservava in silenzio i movimenti degli avventori.      “Avete visto qualcosa la notte dell’omicidio?“ chiese il commissario, con tono calmo. Il fornaio scrollò le spalle. “Qui, commissà, di notte si dorme. E quannu si sentunu i colpi, si chiudunu i finestri. È megghiu accussì “. Luna inclinò la testa, fissando l’uomo con quegli occhi chiari che mettevano a disagio. “Voi avete paura di Ziu Girolamu. Ma non è lui che vi                             proteggerà “, disse a bassa voce, “Se non parlate, questa guerra vi porterà via tutto“. Il fornaio abbassò lo sguardo, stringendo il grembiule tra le mani. Non disse una parola, ma il tremolio delle dita era già una mezza confessione.

 

 

 

 

Il testimone riluttante

 

Fu Tano, con la sua faccia da ragazzo di strada, a smuovere un filo in più. Gironzolando tra le stalle, incrociò un vecchio pastore, curvo e coperto da un mantello di lana. Con un tono amichevole, gli offrì una sigaretta. “Vecchiu, tu ci stavi quella notte, vero? “ sussurrò Tano, mentre accendeva l’accendino. Il pastore esitò, poi tirò una boccata profonda. “Vidii unu cu’ la faccia coperta… ma a camminata, a postura… mi parìa unu dei picciotti di Girolamu. “ Poi si fermò, stringendo la sigaretta tra le dita “Ma se dicu chistu a voi, a mia m’ammazzanu“ Tano gli mise una mano sulla spalla. “Vecchiu, già ti hanno tolto la libertà. Nun  lassari puru la        dignità “ Il pastore non rispose. Ma il suo sguardo, lucido di lacrime, era abbastanza eloquente.

 

 

 

Leprime piste

 

Intanto, in commissariato, Pippo lavorava senza sosta al computer. File vecchi, tabulati telefonici nascosti, conti bancari dimenticati: ogni numero era un filo che poteva condurre alla verità.                     “Commissario “,  disse quando Renard rientrò, “ho trovato una cosa grossa “. Mostrò sullo schermo una lista di bonifici: somme ingenti di denaro che, anno dopo anno, dai conti di Ziu Bastianu finivano erso un’associazione schermata con sede fuori regione. Renard si chinò a leggere. "Fondazione agricola regionale"? Una copertura. “Esatto “, aggiunse Pippo. “Incrociando i dati, ho trova to un collegamento con un certo Giuliu C., nome in codice “don Giuliu”. È lui il punto di contatto con il GAR. E guardi qui: l’ultimo bonifico è stato fatto appena un mese prima della morte di Ziu Bastianu “.  Renard strinse la mascella. “Quindi il patto non si è mai interrotto. E se Birrittarussa è sparito, qualcuno ha pagato per farlo sparire “.

 

 

La sensazione di Luna

 

Mentre Renard rifletteva, Luna rimase in silenzio, quasi assorta. All’improvviso, mormorò: “Commissario… Birrittarussa non è solo una vittima. È una chiave. Io lo sento: la sua fine è legata al cemento, al fuoco, e al tradimento di chi meno se lo aspettava “ Renard la fissò con attenzione. Conosceva bene quella sua “seconda vista”: non era fantasia, ma intuizione affinata da anni di esperienza. E ogni volta che Luna diceva “io lo sento”, c’era da crederle.

 

 

Il dossier dimenticato e le tracce del sequesto

 

Renard si chiuse nel suo ufficio con un fascicolo polveroso. Le pagine erano ingiallite, i bordi consumati. Sopra, in stampatello, si leggeva: “Caso 145/XX – Sequestro di Ruggero J.  figlio dell’imprenditore Ruggero L.” Si diceva che Birrittarussa avesse diretto quell’operazione con crudeltà glaciale. Ma, adistanzadi anniidocumenti raccontavano solo mezze verità.

 

Le tracce del sequestro

 

Il sequestro era avvenuto in primavera, quando il ragazzo, diciannovenne, rientrava a casa dall’università. Un furgone bianco lo aveva bloccato lungo la strada di campagna: due uomini incappucciati lo avevano trascinato via. Dopo tre giorni di silenzio, arrivò la richiesta: cinquecento milioni di lire. Il padre, imprenditore edile con cantieri in mezza Sicilia, non ebbe scelta: pagò. Il ragazzo fu liberato, ma segnato per sempre. Non parlò mai di quei giorni, come se il ricordo fosse troppo pesante.

 

Le incongruenze

 

Renard scorse i rapporti della polizia dell’epoca: Testimonianze mancanti. Tabulati telefonici scomparsi. Nessuna perizia sul furgone ritrovato settimane dopo, bruciato in un burrone. E soprattutto, un dettaglio che lo fece irrigidire: nelle note riservate c’era scritto che il denaro del riscatto era stato versato, ma che solo metà della somma risultava recuperata dai sequestratori. “Metà? “ borbottò Renard, tamburellando le dita sul tavolo. “E l’altra metà, che fine ha fatto? “

 

 

L'imprenditore e il figlio Ruggero

 

Il giorno dopo, accompagnato da Luna, Renard bussò alla villa di Ruggero L., ormai un uomo anziano ma ancora con lo sguardo duro di chi aveva sfidato troppi nemici. “Commissario, sono passati vent’anni “, disse l’imprenditore, con voce roca. “Perché tornate a rimestare in quella storia? “  Renard lo fissò diritto negli occhi. “Perché la scomparsa di Birrittarussa è legata a quel sequestro. E perché suo figlio non è stato mai davvero liberato: porta addosso ancora le catene di quei giorni“. L’imprenditore esitò, poi si passò una mano tremante sul volto. “C’è una cosa che non ho mai detto. Quando pagai, non lo feci solo ai banditi. Parte dei soldi fu… come dire… “consigliata” da certi uomini in divisa. Era l’unico modo per assicurarmi che mio figlio tornasse vivo“. Renard sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Se era vero, significava che pezzi dello Stato avevano giocato sporco, favorendo Birrittarussa o quantomeno chi gli stava attorno.

       

Il silenzio del figlio

 

Prima di andare via, Luna chiese di parlare con il figlio, ormai adulto. Lo trovarono in giardino, intento a curare delle piante. Era un uomo silenzioso, dallo sguardo perso. “Ricorda qualcosa di quei giorni? “domandò Luna con dolcezza. L’uomo abbassò gli occhi, mormorando appena: “Ricordo l’odore. Cemento fresco. E una voce che mi diceva: “Se tuo padre non paga, ti muriamo vivo “ Renard e Luna si scambiarono uno sguardo gelido.

Quel dettaglio del cemento coincideva troppo con le voci sulla fine di Birrittarussa.

 

Le tracce del denaro

 

Il commissariato odorava di caffè bruciato e di tabacco. Renard era chino su una pila di documenti, mentre Pippo picchiettava nervosamente sulla tastiera del portatile. “Commissario“, disse Pippo senza alzare lo sguardo, “ci siamo. Ho trovato un collegamento che potrebbe spiegare tutto “  Renard si raddrizzò, accese una sigaretta e annuì  “Parla “

 

Il filo invisibile

 

Sul monitor apparvero tabelle fitte di numeri e frecce rosse che collegavano conti correnti sparsi in mezza Europa.”Ecco lo schema: una parte dei soldi del riscatto del giovane imprenditore è sparita nel nulla, come sappiamo. Ma seguendo vecchie movimentazioni bancarie, ho rintracciato un flusso costante che porta a una fondazione “agricola” con sede a Catania. Da lì, i fondi si spostano verso altre due società di copertura fino ad arrivare a un nome: Giuliu C. “  Renard si chinò sullo schermo “Don Giuliu. “ Esatto, “confermò Pippo “Per dieci anni ha ricevuto bonifici regolari, sempre dagli stessi canali. E non erano solo le “quote” di Ziu Bastianu: alcuni versamenti coincidono con appalti pubblici ottenuti dall’impresa del padre del ragazzo sequestrato“ Renard serrò la mascella “Quindi l’imprenditore, anche dopo il sequestro, ha continuato a pagare. Non solo per paura, ma perché incastrato in un sistema che lo obbligava a oliare la macchina mafiosa  “

Le ombre del passato

 

Pippo digitò ancora, facendo comparire un nome nuovo sulla schermata “Commissario, guardi qui: “N. Lesta”. Non ci vuole un genio per capire a chi si riferisce. È l’abbreviazione usata per i bonifici diretti a un certo Napuliuni “ Renard si piegò in avanti ““Manu lesta”. Quindi lui era la mano operativa, l’uomo delle esecuzioni. “Pippo annuì “Non solo. Incrociando le date, ho scoperto che i primi pagamenti a suo nome risalgono proprio ai giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Birrittarussa “ Un silenzio pesante calò nell’ufficio. Renard si tolse gli occhiali e si passò una mano sul volto “Quindi è stato il GAR, con Napuliuni in testa, a farlo sparire. Cemento, fuoco, silenzio. Tutto torna “—

 

Luna e la rivelazione

 

In quel momento entrò Luna, con un fascicolo tra le mani.                “Commissario, ho parlato di nuovo col figlio dell’imprenditore. Mi ha detto un’altra cosa che aveva tenuto per sé. Ha ricordato che, mentre era rinchiuso, uno dei carcerieri parlava con accento “straniero”, non siciliano. Diceva frasi spezzate, veloci“ Renard aggrottò le sopracciglia “Un accento? Forse calabrese?“ Luna scosse il capo. “No. Campano. E guarda caso… Napuliuni veniva da Napoli “. Renard batté un pugno sul tavolo “È lui. È sempre stato lui “ .

 

 

 

Un nuovo obiettivo

 

 La squadra adesso aveva un nome, un volto e una pista concreta. Don Giuliu tirava i fili e Napuliuni “manu lesta” eseguiva. Birrittarussa era stato eliminato per soldi e per ordine.   Renard spense la sigaretta, lasciando una scia di fumo denso.

“Adesso lo dobbiamo trovare. E vi assicuro che questa volta non sarà lui a sparire —

 

 

L’uomo nell’ombra

 

La sera calava veloce sui Nebrodi, tingendo le colline di viola e rosso. Renard era appoggiato al cofano della macchina, lo sguardo perso tra i boschi. Tano, il giovane autista, lo osservava da dietro il volante, in attesa di ordini, “Commissario, ma secondo lei questo “Napuliuni” è davvero ancora in circolazione? “ chiese il ragazzo, accendendo una sigaretta che gli tremava tra le dita. Renard non rispose subito. Inspirò profondamente l’aria umida della sera, poi disse: “Non c’è niente di più difficile da uccidere di un uomo che vive di ombre  “

L’informatore

 

Era stato Ziu Bastianu, anni prima, a stabilire un canale di contatto con gli “amici esterni”. Dopo la sua morte, il filo si era interrotto… ma non del tutto. Un certo Totò u’ Surdu, un vecchio pastore che aveva visto troppo e parlato poco, era rimasto come spina nel fianco. Fu Pippo a rintracciarlo: viveva in una baracca semidistrutta, circondato da cani spelacchiati e bottiglie di vino. Quando Luna e Renard lo andarono a trovare, l’uomo alzò lo sguardo velato e disse solo:

“Napuliuni? Non è mai partito. Ogni tanto lo vedo scendere di notte, vicino al vecchio casolare della cava. Coi suoi uomini. Parlano piano, ma le macchine non mentono. Gomme nuove, soldi facili  “ Renard capì che quella pista era buona.

 

 

Il pedinamento

 

La squadra si mosse quella notte stessa.

Tano guidava lentamente lungo le strade sterrate, mentre Pippo seguiva con un tablet i segnali dei ripetitori. Luna, seduta accanto a Renard, osservava il buio con una strana tensione negli occhi.     “Lo sento, commissario“ mormorò. “È qui, da qualche parte “ Renard non si stupì: Luna aveva quella dote inspiegabile, una sorta di radar interiore. All’improvviso, Tano spense i fari. In lontananza, tra i cespugli, si vedevano due fari accendersi e spegnersi. Un segnale convenuto. Tre uomini scesero da un SUV nero, diretti al casolare. Uno di loro camminava con passo di un ufficiale che ispeziona le truppe. Renard alzò il binocolo: il cuore gli balzò in gola  “Eccolo Napuliuni “manu lesta” .

 

 

La prova mancata

 

Il commissario voleva intervenire subito, ma Luna lo trattenne       “Troppo rischioso. Non abbiamo ancora prove concrete, solo indizi. Se lo arrestiamo adesso, se la cava. Serve qualcosa che lo inchiodi“. Renard annuì a malincuore. Così osservarono da lontano: Napuliuni consegnava una busta a un uomo, ricevendo in cambio una cartellina. Forse conti, forse accordi. Quando il SUV ripartì, Renard ordinò a Tano di seguirlo. Ma la strada si fece stretta, polverosa. In un attimo i fari sparirono nel nulla. “Ci ha seminati,“ sibilò Tano, battendo il volante. Renard rimase in silenzio, lo sguardo duro. “Non importa. Adesso sappiamo che è vivo. E che i suoi affari non sono finiti “.

 

 

Il respiro delle pietre

 

Il casolare abbandonato sembrava dormire sotto la luna. Le pietre nere di lava riflettevano appena la luce argentea, come ossa consumate dal tempo. Renard si abbassò, scrutando con il binocolo. “È qui che Napuliuni si incontra con i suoi uomini. Se riusciamo a piazzare la microspia, sapremo finalmente chi tira le fila.“  Pippo controllò l’apparecchiatura  nello zaino. “È piccola, ma potente. Una volta attivata, potremo captare tutto nel raggio di dieci metri. Basta fissarla sotto il tavolo principale.“  Luna lo guardò con un mezzo sorriso. “E chi ci va, sotto il naso di tre o quattro guardaspalle armati? “ Renard abbassò lo sguardo, poi disse piano: “Io. “

 

      

L’operazione

 

L’orologio segnava le due. Tano lasciò la macchina a cento metri dal casolare, motore spento. L’aria era carica di odore di resina e terra umida. Renard strisciò tra i cespugli, muovendosi come un’ombra. Dietro di lui, Luna copriva i lati con il suo fucile, mentre Pippo seguiva la scena da remoto,sussurrando attraverso l’auricolare: “Attento, commissario. Ho captato due cellulari attivi dentro. Sono in attesa di qualcuno “ Renard arrivò a una finestra semiaperta. Dentro, una lampadina penzolante illuminava un tavolo di legno massiccio. Era lì che Napuliuni si sedeva.

Con un gesto rapido, fissò la microspia sotto il bordo, poi si ritirò nel buio.

 

 

 

Il ritorno di Napuliuni

 

Appena in tempo. Dal sentiero arrivò il rombo sordo di un SUV. Quattro uomini scesero. Uno di loro camminava davanti, con passo sicuro. La voce era inconfondibile: “Muovetevi, non abbiamo tutta la notte “ . Renard e Luna si abbassarono dietro un muretto di pietra lavica. Era lui. Napuliuni “manu lesta”. Attraverso l’auricolare, Pippo sussurrò eccitato: “La microspia funziona! Li sento. Registriamo tutto “.

 

 

Parole di fuoco

 

La voce di Napuliuni riempì le cuffie della squadra. “Don Giuliu ha deciso. Con Bastianu morto, il territorio è di nuovo scoperto. Se quei due pecorai non si mettono d’accordo, toccherà a noi rimettere ordine. “  Un altro uomo chiese: “E i soldi? “Napuliuni rispose con freddezza: “I soldi arriveranno. Gli stessi che vent’anni fa ci hanno fatto sparire Birrittarussa. Cemento e silenzio… ricordate? “ Renard sentì il sangue gelarsi. Era la conferma che cercavano.

 

Il ritiro

 

Quando il SUV ripartì, la squadra respirò di nuovo. Tano accese il motore e li portò via piano, senza fari. Renard fissava la notte, una scintilla dura negli occhi  “Adesso abbiamo le prove. Ora comincia la caccia vera. “

 

La voce delle registrazioni

 

La sala riunioni del commissariato era immersa in una penombra opaca. Sul tavolo, un piccolo registratore diffondeva voci ruvide, impastate dal fumo e dall’accento campano. «…con Bastianu morto, il territorio è di nuovo scoperto…» «…gli stessi che vent’anni fa ci hanno fatto sparire Birrittarussa…» Ogni parola era una lama che tagliava il silenzio.

 

 

Il confronto

 

 Monterosso sbatté un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare Pippo che stava prendendo appunti. “Ma cosa aspettiamo ancora? È chiaro come il sole: Napuliuni è vivo, è operativo, e possiamo inchiodarlo. Con queste registrazioni possiamo già chiedere un mandato! “Renard, calmo, rimase seduto con le mani intrecciate. “Non basta. Un giudice ci ride in faccia se non portiamo prove dirette: armi, denaro, documenti. Le voci da sole non reggono in tribunale“ Monterosso lo fissò con rabbia “Commissario, ogni giorno che aspettiamo è un giorno in più per lui di sparire. Ti ricordi cosa è successo con Birrittarussa? Un fantasma. Non possiamo permettere che si ripeta“ Renard si accese una sigaretta, inspirò lentamente e poi rispose: “Stavolta non gli permetterò di sparire. Ma per incastrarlo ci serve qualcosa che nessun avvocato possa smontare. “

 

L’analisi tecnica

 

Pippo intervenne, aggiustando gli occhiali. “Io ho isolato tre voci oltre a quella di Napuliuni. Due appartengono a suoi uomini già schedati, con precedenti per estorsione e ricettazione. Ma la terza… la terza voce non risulta in nessun archivio “ Luna si sporse in avanti “ Quindi c’è un nuovo giocatore. Qualcuno che Napuliuni tiene vicino e che potrebbe essere la chiave per entrare nel suo cerchio. “  Renard annuì. “Esatto. Se riusciamo a scoprire chi è, avremo trovato il nostro anello debole “

Il dissenso

 

Monterosso scosse la testa, spazientito.

“Non abbiamo tempo per sottigliezze. Voglio risultati, commissario. O mi vedrò costretto a toglierti l’indagine e passarla a qualcun altro “.  Renard alzò lo sguardo, e per un attimo i due uomini si fissarono come duellanti. “Può farlo, signor questore. Ma sappia una cosa: chi va di fretta, con gente come Napuliuni, finisce sepolto nel cemento “ . Un silenzio pesante calò sulla sala. Alla fine Monterosso sospirò, allentando la cravatta “Hai un mese. Non un giorno di più “

 

Una nuova strada

 

Quando il questore se ne andò, Luna si avvicinò a Renard                 “Commissario… se quella terza voce è davvero qualcuno nuovo, forse non è ancora del tutto dentro il gioco. Magari possiamo avvicinarlo “ . Renard la guardò con un lampo negli occhi.

“Sì. E sarà lui a portarci a Napuliuni “.

 

 

 

 

La terza voce

 

La registrazione, riascoltata mille volte, aveva isolato un dettaglio: quell’uomo usava un’espressione dialettale tipica di un villaggio sulle pendici dell’Etna. “Linguaglossa “ disse Renard, indicando la mappa stesa sul tavolo “È lì che dobbiamo cercare.”

 

 

Un bar di paese

 

Luna e Tano entrarono nel bar “Da Totò”, uno di quei posti dove il tempo sembrava fermo: sedie di plastica, televisione perennemente sintonizzata su un canale sportivo, odore di caffè e anisetta. Al banco c’era un uomo sui quarant’anni, magro, occhi mobili e nervosi. Si chiamava Francesco M., detto “Cicciu u’ Cavaddu”. Era lui: la voce della registrazione. Luna ordinò un caffè, Tano una gazzosa. Poi, con naturalezza, iniziarono a parlare a voce abbastanza alta da farsi sentire: “Eh, certi lavori oggi sono duri… sempre meno soldi, sempre più rischi…”  Ciccio drizzò le orecchie. Non resistette a intromettersi “Lavori duri? Duri sono quelli veri, signora. Quelli dove se sbagli ti ritrovi col cemento fino  al collo “

 

 

 

 

Il contatto

 

Luna gli rivolse un sorriso lieve, quasi distratto. “Mi sembra che lei parli per esperienza.“ Ciccio rise, un po’ troppo forte.                “Esperienza? Io… no, figurati. Ma conosco gente che non scherza. Gente seria. “  Tano si finse ingenuo “Tipo? “ Ciccio li squadrò con sospetto, poi abbassò la voce. “Tipo quelli che fanno sparire la gente. Vi dice niente il nome Napuliuni? “

Luna e Tano si scambiarono un rapido sguardo.

 

Il passo falso

 

Quella sera, nel rapporto segreto, Luna raccontò tutto a Renard     “Commissario, quest’uomo parla troppo. È chiaro che non è ancora del tutto dentro. Sta cercando di darsi importanza, ma non ha la disciplina dei veri uomini del GAR “ . Renard tamburellò le dita sul tavolo “Bene. Allora lo useremo. Ma con attenzione. Perché se Napuliuni capisce che Cicciu sta facendo  il pappagallo,  sarà  il  primo a   scomparire “

 

 

 

 

 

Il dilemma

 

Pippo propose di piazzare una microspia addosso a Cicciu. Monterosso, informato di tutto, era scettico: “È troppo instabile, potrebbe tradirvi da un momento all’altro “.

Renard, invece, aveva deciso. “Gli staremo addosso. Non dovrà fare un passo senza che lo sappiamo. Ma Cicciu è la nostra porta d’ingresso. È lui che ci porterà faccia a faccia con Napuliuni. “

 

L’esca

 

La sera scese rapida su Linguaglossa. Cicciu “u’ Cavaddu” era nervoso, continuava a passarsi la mano tra i capelli unti, mentre nel piccolo auricolare nascosto sotto la giacca sentiva la voce di Renard. “Tranquillo, Cicciu. Fai quello che faresti normalmente. Niente eroismi, niente improvvisate. Noi siamo a due passi da te. “  “Commissario, “sussurrò lui, “questi non scherzano. Se si accorgono che parlo troppo, mi fanno secco. “ Renard inspirò piano. “E allora non farti accorgere  “

 

 

 

 

 

L’appuntamento

 

Il contatto avvenne in una cava dismessa, poco fuori dal paese. Un’auto scura arrivò sollevando polvere. Tre uomini scesero, tutti armati. Il più alto, con un cappotto di pelle, si avvicinò a Cicciu.

“Allora, “cavaddu” mi dicono che parli troppo nei bar “. Il cuore di Cicciu mancò un battito. “Io? No, no… solo chiacchiere da paese, lo sai. “  L’uomo lo fissò negli occhi, poi sorrise in modo tagliente. “Vediamo se sai anche ascoltare “ Gli porse una cartellina. Dentro, fotografie sgranate di cantieri e capannoni  “Domani passa qui. Uno di questi deve bruciare. Ordini di Napuliuni “

 

La mossa di Renard

 

Dalla macchina nascosta, Renard ascoltava tutto. Si girò verso Luna. “Non possiamo lasciarlo andare da solo. Questo non è più un test: lo stanno coinvolgendo davvero “.  Luna annuì, stringendo il suo fucile. “E se scoprono che li stiamo spiando? “ Renard accese la radio interna, comunicando a Tano e Pippo: “State pronti. Se qualcosa va storto, intervenite. “

 

 

 

 

 

La tensione cresce

 

Uno degli uomini di Napuliuni notò che Cicciu sudava troppo. “Sei agitato, amico. Forse perché c’è qualcuno che ti tiene d’occhio? “Cicciu balbettò. “N no…”

L’uomo estrasse la pistola e la puntò al suo fianco. “Allora dimmelo: chi ti manda? “  Renard sentì l’adrenalina esplodergli nel sangue. Era il momento di decidere: restare nell’ombra o entrare in scena.

 

L’irruzione

 

Con un gesto rapido, Renard aprì la portiera e si mostrò  “Lo mando io. Commissario Renard “ I tre uomini si voltarono, sorpresi. Per un attimo regnò il silenzio. Poi tutto esplose: armi sollevate, urla, fari accesi. Tano accelerò con la macchina, sbarrando la strada. Luna coprì con precisione millimetrica, il fucile puntato sul petto del capobanda. Pippo, dalla radio, gridava: “Attenti, ne arrivano altri due dalla cava laterale! “  Renard avanzò lentamente, la pistola in pugno “Dite a Napuliuni che il suo tempo è finito. Ditegli che lo Stato è tornato “

 

 

 

 

Fuoco nella cava

 

Il primo colpo ruppe la notte come un tuono secco. Le schegge di pietra lavica schizzarono via dalla parete della cava, e l’eco rimbalzò tra i pendii. Renard si gettò dietro il cofano, rispondendo con due colpi mirati. Luna si sdraiò a terra, il fucile appoggiato alla spalla: la sua mira era gelida, chirurgica. Ogni proiettile che partiva era un avvertimento letale. “Tano, luce! “ gridò Renard. Il ragazzo accese i fari abbaglianti della macchina, accecando i tre uomini di Napuliuni. Per un attimo, si videro come sagome intrappolate.

 

Lo scontro

 

Uno degli uomini cercò di correre verso il SUV, sparando alla cieca. Luna lo colpì a una gamba: crollò a terra, urlando. Un altro, più veloce, riuscì a guadagnare il sentiero laterale e a sparire nel buio. Il terzo si riparò dietro un mucchio di pietre, rispondendo al fuoco con colpi nervosi e disordinati. Renard avanzò, coperto da Tano. Con un balzo arrivò dietro l’uomo ferito e lo disarmò con un calcio secco, poi lo immobilizzò premendogli la pistola alla tempia. “Basta! Arrendetevi! “urlò. Per un attimo, il silenzio calò di nuovo. Poi un motore ruggì: il SUV si allontanava a tutta velocità, portando via almeno uno degli uomini superstiti.

 

 

 

 

Il prigioniero

 

Il ferito, ansimante, guardava Renard con occhi di rabbia e paura. “Non sai in che guaio ti sei cacciato, sbirro… Napuliuni non perdona“ Renard lo sollevò di peso, stringendogli il colletto “Allora parlane bene, perché forse è l’unico modo che hai per vedere un’altra alba.“ Luna si avvicinò, fissandolo negli occhi  “Come ti chiami? “Carmine… Carmine Russo… “biascicò l’uomo. Renard sorrise freddo. “Bene, Carmine. Da stanotte sei ospite nostro  “

 

Il prezzo della fuga

 

Mentre lo caricavano in macchina, Pippo aggiornava la situazione via radio. “Commissario, il SUV si è diretto verso Nicolosi. Li abbiamo persi “Renard serrò la mascella. “Non importa. Non sono scappati: sono tornati dal loro capo. E adesso Napuliuni sa che siamo sulle sue tracce. “

 

Luna e Renard

 

Mentre la notte riprendeva a respirare, Luna si avvicinò al commissario, parlando a bassa voce. “Ce l’hanno con noi adesso, commissario. Non molleranno “Renard la guardò, serio. “Nemmeno noi. “

 

La voce incrinata

 

Carmine Russo sedeva sulla sedia metallica della sala interrogatori. La gamba fasciata pulsava dolore, e il sudore gli colava sulla fronte nonostante l’aria fredda dell’impianto di condizionamento. I suoi occhi si muovevano veloci, come quelli di un animale intrappolato. Renard lo osservava in silenzio, braccia conserte. Ogni tanto, tamburellava le dita sul tavolo. Quel ritmo metteva Carmine più in ansia delle domande stesse. “Tu non sei fatto per questo, Carmine, “disse finalmente il commissario. “Ti vedo negli occhi. Sei un gregario, non un capo. Non sei Napuliuni. “Carmine ringhiò, cercando di mostrare forza “Io non parlo. Se parlo, sono morto. “ Renard si piegò in avanti, gli occhi duri come pietra “E se non parli, lo sei lo stesso  “

 

 

Il metodo di Luna

 

Luna si avvicinò con passo leggero, posò una bottiglietta d’acqua davanti a Carmine e gli parlò con voce bassa, quasi materna             “Nessuno qui vuole la tua morte. Ma se resti zitto, sarà inevitabile. Perché Napuliuni non perdona chi viene preso. Ti ha già cancellato dalla sua lista “Carmine la fissò, tremando leggermente. “Tu non lo conosci… lui… lui trova sempre tutti…”Appunto, “ribatté Luna. “Ma adesso sei con noi. E noi possiamo proteggerti “

 

 

L’asso di Pippo

 

Pippo entrò con un laptop, posandolo sul tavolo. “Commissario, ho trovato qualcosa. “Cliccò e sullo schermo apparve un file audio recuperato dal cellulare sequestrato a Carmine: una voce roca, inequivocabile “Carmine, stai attento. Se ti beccano, non dire una parola. Altrimenti ti faccio sparire come quell’altro…” Era Napuliuni. Il volto di Carmine si fece cenere. “Avete… avete registrazioni? “balbettò. Renard annuì. “Ti ha già condannato, Carmine. Sei solo un peso per lui. L’unico modo per salvarsi è stare con noi “

 

 

La crepa

 

Un lungo silenzio cadde nella stanza. Carmine stringeva i pugni, le nocche bianche. Poi la sua voce si incrinò. “Non volevo… io non volevo fare niente. Mi hanno costretto. Io… io posso dirvi dove si nasconde Napuliuni “Renard lo fissò intensamente “Dillo “Carmine abbassò la testa, come se confessare fosse un peccato mortale. “Ha una base… sopra Milo. Una vecchia masseria abbandonata. Ma cambia rifugio spesso. E quando lo fa non lo sa nessuno, tranne due persone “Renard strinse gli occhi. “Chi sono? “ Carmine deglutì. “Uno è un uomo di fiducia. L’altro… l’altro è uno che non vi aspettate. Qualcuno rispettato in paese. “

 

 

Altrove

 

Nello stesso momento, nella masseria citata, Napuliuni stava lucidando la pistola, mentre due dei suoi uomini discutevano sottovoce. “Il commissario Renard… ci è arrivato vicino, capo “Napuliuni sorrise con freddezza. “Meglio così. Più vicino viene, più sarà facile spegnerlo. “

La masseria di Milo

 

La jeep della squadra si arrampicava lungo la strada sterrata che portava alla vecchia masseria. La luna piena illuminava il paesaggio lavico, e il silenzio era interrotto solo dal rumore delle ruote che masticavano ghiaia. Renard sedeva accanto a Tano, che guidava con le mani strette sul volante. Dietro, Luna e Pippo controllavano le armi e l’attrezzatura. “Niente luci da questo punto, “ordinò Renard “Da qui in avanti siamo ombre “

 

La masseria

 

La struttura apparve dopo una curva: muri di pietra nera, tetto semidiroccato, un cortile invaso da sterpaglie. A prima vista sembrava abbandonata. Troppo abbandonata. Luna lo percepì subito. “Commissario… qualcosa non quadra. È troppo silenzioso. “ Renard annuì. “Avviciniamoci con cautela “ Avanzarono a piedi, divisi in coppie. Pippo portava con sé un piccolo rilevatore termico. “Ci sono sagome dentro, “sussurrò. “Almeno quattro… no, cinque“. 

Il primo segnale

 

Un cigolio improvviso. Dall’interno della masseria si aprì una finestra, e un fascio di luce tagliò la notte. Poi un suono metallico: lo scatto di un’arma. Renard alzò il pugno, segnale di stop. Ma era troppo tardi. Un colpo esplose, centrando il muro a pochi centimetri dalla testa di Tano. “Trappola! “urlò Luna, gettandosi dietro un muretto.

L’imboscata

 

Dalle ombre uscirono tre uomini armati di mitra. Aprirono il fuoco, riempiendo l’aria di schegge e polvere. Renard rispose con colpi secchi e mirati, costringendoli a ripararsi. “Pippo, copertura! “gridò. Il giovane carabiniere lanciò una granata stordente. Un lampo bianco, un boato assordante: per qualche istante la notte sembrò squarciata. Tano approfittò del caos per portare Renard e Luna dietro una cisterna arrugginita. “Commissario, ci aspettavano “disse Luna con il respiro corto “Carmine ci ha traditi? “Renard scosse la testa. “No… non credo. Non ha la stoffa. Napuliuni è più avanti di noi. Ci legge le mosse. “

 

La voce del capo

 

Dall’interno della masseria, una voce risuonò amplificata da un megafono improvvisato. “Commissario Renard! Benvenuto sul mio terreno. Sai quante persone sono venute a cercarmi prima di te? Nessuna è tornata a raccontarlo “Era Napuliuni. Calmo, quasi divertito. Renard rispose a voce alta, senza tremare: “E sai quante volte ho sentito questa frase, Napuliuni? Sempre da uomini che alla fine hanno un solo destino: le manette o la tomba.“ Un attimo di silenzio. Poi una risata roca, che fece gelare il sangue alla squadra “Vedremo,commissario Vedremo presto. “

 

 

La casa dei fantasmi

 

L’aria sapeva di zolfo e polvere da sparo. Dopo il fragore dello scontro, la notte era tornata silenziosa, un silenzio che aveva il peso del sospetto. Renard fece cenno con la mano “Avanziamo dentro “ Con un calcio secco, Tano sfondò la porta della masseria. La tavola marcita volò via, sbattendo contro il muro interno.

 

L’interno

 

La squadra si mosse rapida, torce in mano, pistole pronte. Ma quello che trovarono non era un covo operativo, bensì una scenografia. Sedie disposte in cerchio attorno a un tavolo vuoto. Sul pavimento, mozziconi di sigarette e lattine di birra lasciati con cura. E, sopra al tavolo, una carta da gioco: il re di cuori, infilzato da un coltello arrugginito. Luna sussurrò, inquieta: “È un messaggio. Sta giocando con noi“. Pippo si chinò a esaminare un vecchio portatile lasciato aperto su una cassa. “Hard disk vuoto. È stato formattato, ma in modo grossolano… troppo evidente. È un diversivo. “ Renard annuì. “Napuliuni ci vuole far perdere tempo“.

Gli indizi falsi

 

Nei cassetti trovarono mappe stradali con cerchi rossi su località sparse: Adrano, Bronte, Linguaglossa, Acireale. Tutte mete possibili, tutte forse inutili. Un taccuino con nomi in codice: “Falco”, “Orso”, “Vento”. Nessun riferimento reale, solo soprannomi. E infine, in un angolo, una cassa di munizioni… ma vuota. Solo gusci di cartucce sparate, ripulite e riposte con cura maniacale. Tano sbuffò, frustrato “È come inseguire un fantasma.

 

La trappola

 

Improvvisamente, un rumore metallico attirò l’attenzione. Pippo abbassò la torcia: sul pavimento c’era un filo sottile collegato a una scatola nera. “Commissario, fermo! “gridò. Renard si immobilizzò. Pippo analizzò rapidamente il marchingegno. Non è una bomba… è un timer collegato a un registratore. Vuole che ascoltiamo. “ Con mani ferme lo attivò. La voce di Napuliuni riempì la stanza, roca, sardonica: “Ogni minuto che passate a cercarmi è un minuto che io guadagno per sparire. Siete arrivati tardi, commissario. Ma vi ringrazio per il divertimento “Poi il nastro si interruppe, lasciando solo un crepitio statico.

 

 

 

 

Lo sguardo di Renard

 

Renard fissò il vuoto per un lungo istante. Poi, a voce bassa, disse: “È un gioco di nervi. Vuole logorarci. Ma se pensa di farci correre a vuoto si sbaglia “

Luna lo guardò negli occhi, percependo la tensione che covava dietro la calma apparente “Commissario… ha alzato la posta. Da adesso, o lo prendiamo, o saremo noi i prossimi a sparire “Renard annuì lentamente “Allora non sbaglieremo    più “

       

La firma del fantasma

 

Il materiale recuperato dalla masseria era sparso sul grande tavolo della sala operativa: mappe, mozziconi, il portatile formattato, la carta da gioco trafitta. Monterosso entrò con passo lento, le mani dietro la schiena. “Ecco qua, Renard. Una baracca vuota e una sfilza di indizi che non portano a niente. “Mi pare che il vostro Napuliuni sappia giocare “Renard non si lasciò provocare. Continuava a fissare la carta da gioco. Il re di cuori. Un dettaglio inutile, se non fosse stato piantato al centro del tavolo.

 

 

 

 

 

 

La discussione

 

Pippo frugava nel portatile. “Non c’è nulla, commissario. È stato cancellato tutto con un software amatoriale. Se fosse stato un professionista, avrei capito. Ma così… è quasi come se volesse che lo scoprissimo. “

“Esatto —, mormorò Renard ,”Vuole che lo sappiamo “ Luna si chinò sulla mappa. “Tutti questi cerchi rossi… ma guarda qui. Uno è disegnato male, con una penna diversa. Bronte. Gli altri sono a inchiostro nero, questo è blu  “ Renard la osservò con un sorriso sottile “Brava, Luna. Anche Napuliuni, come tutti gli uomini vanitosi, non resiste alla tentazione di firmare la propria opera “

 

La traccia vera

 

La squadra si concentrò su Bronte. Pippo digitava freneticamente, incrociando dati catastali e movimenti sospetti —Commissario qui c’è qualcosa. Una masseria registrata a nome di una cooperativa agricola fantasma. Nessun dipendente, nessun prodotto venduto, ma le tasse sono pagate puntualmente. “ Renard serrò la mascella. “Una copertura. E quella cooperativa ha sede legale a Catania… nello stesso palazzo dove aveva l’ufficio l’imprenditore che fu derubato del figlio. “  Un silenzio denso calò nella stanza. Tano, con voce tesa, chiese: “Commissario… sta dicendo che Napuliuni è collegato anche al vecchio sequestro? “Renard lo fissò negli occhi. “Non solo collegato. Ne è stato l’artefice. Birrittarussa l’ha eseguito, ma il cervello era un altro. Il cervello era lui “

 

La decisione

 

Renard si alzò, puntando il dito sulla mappa. “La prossima mossa è Bronte. Ma questa volta niente errori: ci aspetterà, come      sempre. E noi dobbiamo arrivare prima, prevedere le sue               contromosse “Monterosso sospirò, scuotendo la testa. 

“Commissario, lei e il suo branco di visionari… Vi state infilando in un labirinto senza uscita”. “  Renard lo guardò serio. “Forse. Ma ogni labirinto ha un filo. E io credo di averne trovato l’estremità. “

 

 

Ombre a Bronte

 

Il paese di Bronte li accolse con il suo ritmo lento e antico: strade strette, palazzi di pietra lavica, botteghe che odoravano di pistacchio tostato. Ma sotto quella calma, Renard percepiva un brivido. Era il terreno di Napuliuni, e ogni angolo poteva essere un occhio che osservava.

 

Luna e Tano

 

Mano nella mano, Luna e Tano attraversavano la piazza principale fingendosi turisti innamorati. Lei con un vestito semplice, lui con una camicia a quadri e uno zaino in spalla. “Non ti sembra strano, commissario, mandarci così allo sbaraglio? “sussurrò Tano nell’auricolare nascosto. Dalla macchina posteggiata a un isolato di distanza, Renard rispose: “Strano sarebbe se non vi notassero. In un posto come questo, una coppia nuova attira chiacchiere… e le chiacchiere attirano chi dobbiamo stanare. “ Luna sorrise, accennando un bacio sulla guancia di Tano per alimentare la parte. “Allora facciamoci notare, ma al punto giusto. “

 

Pippo “ il ragno digitale

 

Nell’appartamento preso in affitto come base, Pippo lavorava circondato da monitor. Aveva piazzato microcamere in punti strategici del paese: il bar principale, la piazza, la strada che portava alla masseria sospetta. Ogni volto veniva registrato, confrontato con vecchi archivi. “Commissario, ascolti: uno degli uomini comparsi nella masseria di Milo è qui, al bar “La Fonte”. Lo sto vedendo in diretta “Renard si irrigidì. “Seguitelo, ma senza muovere un dito. Se Napuliuni ha lasciato una traccia vera, non dobbiamo bruciarla. “

 

Il primo contatto

 

Luna e Tano, fingendo di cercare un appartamento da affittare, si fecero guidare da un’anziana donna del posto. Attraversando un vicolo, notarono lo stesso uomo segnalato da Pippo: barba nera, giubbotto di pelle, passo nervoso. Luna abbassò lo sguardo, fingendo di aggiustarsi i capelli “È lui, commissario. Quello del bar. Ci ha guardati. “ Dall’auricolare la voce di Renard arrivò calma, tagliente “Bene. Che pensi di fare, Luna? “ Lei rispose con un mezzo sorriso che Tano colse solo di lato.  “Aspettare che venga lui da noi “

La rete si stringe

 

La sera, al bar della piazza, l’uomo col giubbotto si avvicinò al loro tavolino “ Non vi ho mai visto prima, “disse con tono diffidente “Siete forestieri? “Luna finse un imbarazzo naturale. “Ci siamo appena trasferiti. Mio marito… “guardò Tano con dolcezza “ha trovato un lavoro qui, e stiamo cercando di sistemarci “L’uomo li scrutò a lungo, poi fece un mezzo sorriso. “Bronte non è posto per tutti. Ma se sapete comportarvi… troverete amici. “ E se ne andò, lasciando dietro di sé un alone di sospetto. Renard seguì la scena da lontano, con lo sguardo fisso.  “Ha abboccato. Adesso Napuliuni sa che esistete. La caccia è appena cominciata. “

 

Il doppio gioco

 

L’uomo col giubbotto si chiamava Salvo Mancuso, detto “u Funnu”, perché negli scontri di carte finiva sempre per perdere tutto. Era un gregario di medio livello, non abbastanza in alto da comandare, ma abbastanza vicino a Napuliuni da sentirsi importante.

 

Il ritorno al bar

 

Due sere dopo, Luna e Tano tornarono al bar “La Fonte”. Salvo li aspettava già, seduto con un bicchiere di vino e lo sguardo vigile. “Ah, eccovi. Gli stranieri che vogliono diventare paesani “La sua voce era melliflua, ma lo sguardo tagliava come una lama. Tano rise, fingendosi ingenuo. “Non è facile trovare lavoro. E nemmeno amici “. Salvo lo fissò, poi indicò Luna “E tua moglie? Che ci fa qui? Una donna così… a Bronte si nota “Luna inclinò la testa, sorridendo con dolcezza studiata “Io seguo sempre mio marito. Dovunque va lui, vado io “Salvo rimase in silenzio un attimo di troppo. Quello sguardo la spogliava, cercava incrinature.

 

Il sospetto

 

Dall’auricolare, la voce di Renard li guidava “State attenti. Questo non è solo un pesce piccolo: è un cane da guardia. Sta cercando di capire se siete quello che dite “Pippo, dai monitor, mormorò: “Confermo. Salvo è nel database. Tre denunce per estorsione, nessuna condanna. Vicinissimo a Napuliuni. Se abbocca, ci porta dritti da lui  “

 

Il test

 

Salvo abbassò la voce, piegandosi verso di loro “Vi piace il lavoro facile, vero? Soldi veloci, senza sbattervi troppo. “Tano fece una smorfia ironica “Se ne trovano? “Salvo sorrise storto “Per chi sa tacere, sempre. Ma prima di parlarvi… voglio una prova. Domani notte “Luna trattenne il respiro “Che prova? “Salvo batté le dita sul tavolo, scandendo le parole. “Dovete accompagnarmi. Un lavoretto semplice. Portare un furgone da A a B. Se siete puliti, bene. Se invece siete sbirri… non arriverete vivi a destinazione “

 

 

La scelta

 

Fuori dal bar, Luna strinse il braccio di Tano, sussurrando nell’auricolare “Commissario,  ci vuole mettere alla prova. È un rischio enorme “Renard restò in silenzio qualche istante, poi disse con voce ferma: “Accettate. Ma non siete soli. Vi seguiremo passo dopo passo. E se è una trappola… sarà la sua ultima “

 

Il furgone della notte

 

La strada era nera come pece, illuminata solo dai fari bassi del furgone. Salvo era al posto di guida, Luna accanto a lui. Tano, sul sedile posteriore, fissava il buio oltre i finestrini con le mani serrate sulle ginocchia. “Niente domande, “disse Salvo con tono secco. “Il lavoro è semplice: guidiamo fino al casolare di Pietrafucile, scarichiamo e torniamo. Chi capisce troppo, campa poco “

 

La tensione

 

Dall’auricolare nascosto, la voce di Renard arrivava appena percettibile. “Restate calmi. Vi stiamo seguendo a distanza. Se qualcosa va storto, interveniamo “Luna fece un cenno impercettibile, come se stesse aggiustando i capelli. Ma il cuore le batteva forte: sentiva che non era un “semplice scarico”.

 

 

Il carico

 

Arrivati al casolare, due uomini incappucciati aprirono il portellone. Tano si avvicinò, aiutando a scaricare le casse. Erano pesanti, sigillate con ceralacca rossa.

Uno degli uomini rise sotto il passamontagna “Attenti, ragazzi. Questi non sono pistacchi di Bronte “Quando una cassa cadde a terra e si aprì, Luna vide brillare nel buio il contenuto: fucili d’assalto, pistole automatiche, caricatori pieni. Armi da guerra. Salvo li guardò con un sorriso sottile “Ora sapete che non si scherza. “

Il sospetto

 

Mentre gli uomini richiudevano le casse, uno di loro indicò Luna “Lei non mi convince. Troppo elegante per una moglie di paese “. Il gelo scese. Salvo li scrutò, stringendo gli occhi “Già. Forse è il momento di vedere chi siete davvero “ Si mise una mano sotto la giacca, pronto a estrarre la pistola.

L’intervento

 

All’improvviso, un bagliore accecante esplose dal bosco: Pippo aveva attivato una granata stordente. Urla, polvere, il boato fece tremare il casolare. Renard sbucò dall’oscurità con la pistola in pugno “Polizia! A terra! “ Il caos travolse tutto. Gli uomini incappucciati scapparono nei campi. Salvo, colto di sorpresa, fu atterrato da Tano con un pugno secco. Luna, riparandosi dietro una cassa, alzò lo sguardo verso Renard: “Commissario, Napuliuni ci sta osservando. Questo era un test. E noi ci siamo cascati dentro “

 

 

La pedina sacrificabile

 

Salvo sedeva in sala interrogatori, le mani ammanettate al tavolo. Sudava copiosamente, gli occhi correvano nervosi da un lato all’altro come quelli di un topo in trappola. Renard lo osservava in silenzio, fumando lentamente una sigaretta. Luna stava dietro il vetro a specchio con le braccia conserte; accanto a lei, Pippo digitava veloce sul portatile, incrociando dati e tabulati telefonici —Allora, Salvo, “disse Renard dopo un lungo silenzio “tu sei uno che perde sempre al gioco. Ma questa volta puoi vincere, se ci dici dove porta davvero la strada che finisce a Napuliuni “. Salvo scosse la testa, mordendosi le labbra “ Commissario, lei non sa con chi ha a che fare. Quello non perdona. Io parlo, e la mia famiglia finisce in una fossa “. Renard spense la sigaretta con calma “E se non parli, finisci tu in galera. E lì dentro, senza la protezione di Napuliuni, non duri nemmeno un    mese “

 

Il dubbio

 

Luna entrò nella stanza, si piegò sul tavolo e lo fissò negli occhi   “Io ti vedo, Salvo. Vedo che sei stanco di fare lo schiavo. Tu per Napuliuni sei solo carne da macello. Noi, invece, possiamo darti un futuro.“ Salvo abbassò lo sguardo, la voce quasi un sussurro “Voi non capite… Lui ha occhi ovunque. Anche qui, adesso “

 

La mossa di Napuliuni

 

Come per confermare le sue parole, un boato squarciò la notte. Le finestre della Questura tremarono: un’auto parcheggiata poco distante era esplosa in una palla di fuoco. Monterosso irruppe nell’interrogatorio, pallido in volto “Commissario! Quella macchina era di un nostro agente sotto copertura. Non c’è scampo… l’hanno fatto saltare per aria.“ Renard serrò la mascella, lanciando un’occhiata dura a Salvo “Hai visto? Questo è Napuliuni. Colpisce per ricordarti che sei solo un numero. Se non ci aiuti, sarai il prossimo.“ Salvo tremava, le labbra secche “Va bene… va bene! Ma giuratemi che mi proteggerete. Vi dirò dove si nasconde Napuliuni. “ Renard si sporse in avanti, con uno sguardo tagliente “Allora parla. E ricordati: questo è l’unico colpo che puoi giocare“

 

 Il rifugio tra le lave

 

La voce di Salvo tremava mentre parlava. “Napuliuni si nasconde a volte in un vecchio rifugio di pastori, sul versante nord dell’Etna. Lo chiamano “a casa di petra” perché è scavata nella roccia lavica. Da lì tiene i contatti coi suoi uomini. Non ci resta mai a lungo, ma… se avete fortuna, lo troverete.“ Renard lo fissò con occhi stretti “Fortuna o trappola?“ Salvo abbassò lo sguardo “Io vi ho detto quello che so. Ora mantenete la parola. Protezione “

 

Preparativi

 

Nel quartier generale, la squadra discuteva la mossa. Monterosso era contrario. “Commissario, questo è un suicidio. Napuliuni non lascia mai le sue tane scoperte. Se vi manda lì, significa che ci aspetta.“ Luna, invece, aveva un lampo negli occhi. “Io sento che c’è qualcosa di vero. Salvo è terrorizzato, non abbastanza furbo da inventarsi tutto. Se è un tranello, è l’occasione per capire fino a che punto Napuliuni controlla il territorio .“ Tano, giovane e impulsivo, sbottò: “Andiamoci! Non possiamo stare sempre a inseguire ombre. “  Renard ascoltava tutti, fumando in silenzio. Poi disse: “Si va. Ma con prudenza. Nessun eroe, nessun passo falso. Pippo, tu ci guidi dall’alto con i droni “

 

 

La salita

 

La notte avvolgeva l’Etna in un silenzio irreale. Il fuoristrada sobbalzava lungo il sentiero di pietra lavica. Il vento portava odore di zolfo e cenere.  “A casa di petra è a poche centinaia di metri, “ mormorò Pippo nell’auricolare “Ho rilevato calore: ci sono persone là dentro “Luna afferrò il braccio di Renard “Commissario… stavolta lo sento. Non è solo una trappola. Lì dentro c’è qualcosa che ci avvicina a Napuliuni “. Renard annuì, serrando la pistola nella fondina, “Bene. Allora preparatevi. Se è l’inizio della fine, che sia lui a scoprirlo per primo “

 

Dentro la casa di petra

 

Il rifugio era una cavità scavata nella lava secolare, un ventre nero che odorava di fumo e muffa. La porta di legno cigolò sotto la spinta di Tano, e il gruppo entrò con le pistole puntate, i respiri lenti e controllati. Dentro, non c’erano soldati armati ad aspettarli, né Napuliuni in carne e ossa. Solo tre lanterne appese alle pareti, casse accatastate e un tavolo colmo di carte. Pippo, con il tablet acceso, scansionava ogni dettaglio. “Niente movimento termico… Siamo soli “Luna avanzò verso il tavolo. Sfiorò i documenti con le dita e sussurrò: “Commissario… guardi qui “

 

 

Le prove

 

Sul tavolo c’erano mappe catastali, fotografie scattate dall’alto, planimetrie di cantieri edili. In mezzo, un fascicolo ingiallito: il sequestro del figlio dell’imprenditore, quindici anni prima. Renard si piegò sul dossier. Le foto mostravano il ragazzo legato in un capanno, la richiesta di riscatto scritta a mano e… un dettaglio che fece gelare il sangue del commissario: un simbolo tracciato in fondo alla pagina, una X dentro un cerchio. Luna si portò la mano alla bocca. “È lo stesso simbolo che abbiamo trovato nei conti segreti del GAR “

 

 

 

Il collegamento

 

Renard strinse la mascella. “Questo significa che il sequestro non fu solo opera di Birrittarussa… ma che Napuliuni era già dentro allora .“ Tano, spalancando gli occhi, aggiunse: “E forse lo stesso imprenditore sapeva più di quanto abbia mai detto. “

 

La scoperta finale

 

In fondo al rifugio c’era una botola nascosta sotto una coperta. Con cautela, Renard la sollevò. Un odore pungente di cemento fresco salì su dalle viscere della roccia. Luna puntò la torcia: lì sotto, inglobati nella colata, spuntavano frammenti di ossa bianche. Renard rimase immobile, poi sussurrò con voce grave: “Forse Birrittarussa o qualcun altro è stato fatto fatto sparire qui. Non è una leggenda. È la firma di Napuliuni “

La maschera dell’imprenditore

 

La villa dell’ingegnere La Marca si ergeva come una fortezza moderna ai margini di Catania. Cancelli automatici, telecamere a ogni angolo, giardino curato all’eccesso. Renard e la squadra si presentarono con un mandato in mano, ma soprattutto con la determinazione di chi aveva appena scoperchiato una fossa sepolta da anni di silenzio. La Marca li accolse nel suo studio: librerie di mogano, tappeti persiani, un quadro dell’Etna in eruzione alle sue spalle. Un uomo elegante, con i capelli bianchi perfettamente pettinati e le mani curate, ma con lo sguardo teso   “Commissario Renard… che sorpresa. A cosa devo questa visita? “ Renard lo fissò negli occhi, lasciando cadere sul tavolo alcune foto recuperate dal rifugio: il fascicolo del sequestro, le mappe, il simbolo cerchiato “A questo, ingegnere. Non trova curioso che nel rifugio di Napuliuni ci fossero le carte del rapimento di suo figlio? “

 

La difesa

 

La Marca trasalì appena, ma si ricompose subito, accennando un sorriso forzato “Non so di cosa parli. Io sono stato vittima, come ben sa. Ho pagato un riscatto enorme, ho rischiato di perdere mio figlio. Queste carte possono essere state messe lì per qualunque ragione “. Luna lo interruppe, con il tono tagliente: “Eppure lo stesso simbolo compare nei conti occulti del GAR. Simbolo che era già presente sui documenti del sequestro. Lei ha davvero il coraggio di dire che non ne sapeva? “  La Marca batté il pugno sul tavolo “Mio figlio era in pericolo! Ho fatto quello che dovevo per salvarlo! “ Renard inclinò la testa, senza distogliere lo sguardo                 “Davvero, ingegnere? O ha colto l’occasione per stringere un patto con Napuliuni? Un patto che le ha permesso di diventare il re dei cantieri di questa zona, proprio dopo la sparizione di                      Birrittarussa “.  Per la prima volta, La Marca restò in silenzio troppo a lungo. Le dita tamburellavano nervose sul tavolo, il sudore impercettibile sulla fronte.

 

 

 

 

 

Il colpo di scena

 

In quel momento squillò il telefono di casa. La Marca esitò, poi rispose. La voce all’altro capo era roca, glaciale. Renard e Luna la sentirono distintamente: “Ingegnere hai parlato troppo“.                   La linea cadde. Il volto dell’imprenditore impallidì. Tremava                “Commissario… non capisce… Se Napuliuni mi crede un traditore, sono morto“. Renard si piegò verso di lui, freddo come l’acciaio “Allora inizi a collaborare. Perché se non lo fa, Napuliuni non sarà il solo a venire a prenderla “

 

 

 La verità taciuta

 

La Marca si passò un fazzoletto sulla fronte, la mano tremante. Si alzò dalla poltrona, fece due passi davanti alla finestra e guardò il giardino illuminato dai fari delle pattuglie. Poi tornò a sedersi, abbattuto. “Va bene, commissario. Non posso più tacere “. Renard rimase immobile, gli occhi fissi su di lui. Luna accese il registratore.

Il racconto

 

  “Venti anni fa, quando rapirono mio figlio, tutti credettero che fosse un colpo isolato di Birrittarussa. La verità è diversa. Lui era soltanto il braccio, l’esecutore. Dietro c’era il GAR, e dietro il GAR… c’era Napuliuni “ . Renard non si mosse.  “Continui. “Io ero un imprenditore in crescita, ma senza protezioni. Le mie ditte erano minacciate, i cantieri bruciati. Quando rapirono mio figlio, mi fu fatto capire che il riscatto non era solo per liberarlo, ma un investimento. Pagando, sarei entrato sotto l’ala di chi contava davvero“. Luna serrò i pugni. “Quindi lei ha accettato“. La Marca chinò il capo. “Ho scelto la vita di mio figlio… e il mio potere. Ho pagato, ho taciuto, e in cambio mi hanno lasciato crescere. Birrittarussa era un problema per loro: troppo indipendente, troppo violento. Quando sparì, io sapevo già che era Napuliuni a muovere le fila. “

 

 

La confessione

 

Renard lo incalzò con voce dura, “E lei, ingegnere, ha costruito la sua fortuna sulle ossa di quel patto. Un patto con i diavoli“. La Marca si accasciò, lo sguardo perso “Non avevo scelta… o almeno, così mi sono convinto. Ma ora capite perché non posso parlare? Se lui sospetta che io lo tradisca, non resterà nulla né di me né di mio figlio. “

 

Il colpo al cuore

 

Luna lo fissò, la voce bassa ma ferma “Suo figlio lo sa? “Un silenzio pesante calò nella stanza. La Marca si passò la mano sul volto, e sussurrò quasi in lacrime:

“Mio figlio… è diventato uno dei suoi uomini “

 

Il figlio del silenzio

 

La stanza restò sospesa in un silenzio irreale. Renard non distolse lo sguardo dall’ingegnere La Marca. “Ripeta quello che ha appena detto“. La Marca tremava, le mani serrate. “Mio figlio… dopo il sequestro, Napuliuni lo ha preso con sé. Lo ha allevato come un suo uomo. Oggi è uno dei suoi più fidati luogotenenti.“ Luna sussultò, portandosi una mano alle labbra. “Sta dicendo che il ragazzo rapito… è diventato carnefice? “ La Marca annuì, gli occhi pieni di vergogna. “Lo chiamano “U Prìncipi”. Non usa più il suo nome di battesimo. Per tutti, è il pupillo di Napuliuni. “

 

Lo shock della squadra

 

Pippo, collegato dall’altra stanza, quasi rovesciò il portatile            “Commissario! Nei nostri archivi c’è un “Prìncipi” segnalato come stratega militare del GAR. È lui che organizza le rotte del traffico d’armi. Abbiamo foto sfocate, ma… sì, la somiglianza è                      incredibile“. Renard rimase immobile, la mascella serrata    “Dunque Napuliuni non solo ha tolto un figlio a un padre, ma lo ha trasformato nel proprio erede “. Luna lo guardò con occhi lucidi. “E adesso, commissario, dovremo affrontare non solo il boss… ma anche il fantasma di quel ragazzo rapito, cresciuto nel lato oscuro“. 

 

 

 

 

La Marca crolla

 

L’ingegnere si lasciò cadere sulla poltrona, come svuotato. “Non potete immaginare la mia colpa. Ho firmato la sua condanna nel momento in cui ho pagato quel riscatto. Non ho salvato mio figlio… l’ho consegnato a Napuliuni“. Renard si alzò, freddo, e con tono fermo concluse: —No, ingegnere. È tempo di riprenderselo. E per farlo, dovremo strappare Napuliuni alle sue stesse radici “

 

La trappola del Prìncipi

 

 

……………….………… continua……………………………..

 

 

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